I don¹t speak english. Non parlo inglese. Con questa negazione,
per anni, mi sono messa al riparo dallo sforzo di comunicare in
una lingua non abbastanza conosciuta. Finché è arrivata
la resa dei conti: al lavoro senza cavarmela con l¹inglese
mi sono sentita tagliata fuori. E,proprio mentre urgeva trovare
una soluzione, ecco l¹occasione. All'associazione culturale
vicino a casa mia è programmato il corso 'Inglese senza sforzo'.
Mi informo. La promessa è rompere lo schema 'I don¹t
speak english' con un impegno di due weekend. Mi iscrivo.
Si comincia di venerdì sera: un gruppo a numero chiuso e
l¹insegnante, Nirava, ideatrice del metodo. In abiti comodi,
ci sediamo a terra su cuscini, in cerchio. Una breve introduzione,
poi tutti in piedi per una danza. Sì, avete capito, una danza.
Ci viene spiegato che serve a portare la massima attenzione all¹impegno
che stiamo per affrontare. Ballando si liberano le tensioni, si
prende consapevolezza del corpo e ci si scioglie nei confronti degli
altri. Alla fine avverto che la mia disponibilità a essere
lì è davvero aumentata e, a giudicare dalle facce
sorridenti, dev'esserlo anche quella altrui.
Ci risediamo e ci presentiamo raccontando le nostre esperienze con
l¹inglese. Quasi tutti l'hanno studiato a scuola, qualcuno
ha seguito corsi, una trentacinquenne milanese che lavora in una
società internazionale dice di essersi cimentata per vent'anni
e sostiene di non saperlo. Il denominatore comune è la convinzione
di non essere in grado di utilizzarlo.
Nirava ci invita ad osservare obbiettivamente quanto si è
fatto fin lì per imparare questa lingua. E a riflettere.
E' necessario smettere di pretendere di sapere più di quanto
si sa o di non riconoscere ciò che effettivamente si sa.
Altrimenti si continua a rinunciare, anzichè attivare le
risorse positive per far progressi. Un messaggio convincente.
Nelle giornate di studio si susseguono esercizi di conversazione,
ipnosi per abbandonare i vecchi comportamenti e lasciar spazio alla
gioia di imparare, tecniche di meditazione mirate. Tra queste il
gibberish, creato dal mistico indiano Osho: 20 minuti (seguiti da
20 minuti di silenzio) a straparlare come se si parlasse cinese
senza sapere il cinese o tedesco senza sapere il tedesco, per resettare
la mente, essere presenti a se stessi e migliorare la qualità
nella comunicazione. Il viaggio per aprirsi alla conoscenza della
lingua inglese è un'avventura che passa attraverso l'interesse
ad approfondire la conoscenza di se stessi.
Tra gli esercizi clou, quello di disporsi a coppie, in piedi, e
rivolgersi a turno la domanda: «How are you?». La regola
è guardarsi negli occhi e chi ascolta deve mantenere un atteggiamento
ricettivo, non giudicare, non intervenire. Chi parla non può
fermarsi. Se non riesce a mettere insieme una frase può dire
parole: computer, nightclub, fitness... L'esperienza è emotivamente
forte e porta a galla i blocchi. Fa sentire l'inadeguatezza, la
vergogna nel commettere errori e l'attitudine a rinunciare, che
ingigantisce le difficoltà.
Nel vivo della lingua si entra soprattutto nel secondo weekend,
con l'ascolto e la comprensione di testi su argomenti che hanno
a che vedere con il motivo per il quale ci troviamo lì: il
perfezionismo, per esempio, o i pregiudizi nei confronti degli stranieri.
Il metodo di apprendimento richiede sia l'uso della razionalità
che dell'intuizione. E' divertente. Dal corso si esce rafforzati
nel desiderio di impegnarsi e nella fiducia di farcela. E io non
mi defilo più quando devo parlarlo. Ci provo e lo sto studiando
con piacere.